Educazione finanziaria: l'Italia insegna a risparmiare, ma non a gestire un debito
di Redazione
03/08/2026
L'Italia una struttura pubblica per l'educazione finanziaria ce l'ha: il Comitato Edufin, il Mese dell'educazione finanziaria a ottobre, i programmi della Banca d'Italia nelle scuole, le iniziative di fondazioni e associazioni di categoria. Scorrendo i contenuti, i temi ricorrenti sono sempre gli stessi: risparmio, investimento, previdenza, strumenti di pagamento, truffe, assicurazione.
Utili, ma tutti rivolti a chi ha qualcosa da gestire. Quanto spazio resta al debito quando smette di essere uno strumento (come un mutuo, un finanziamento) e si trasforma in un problema? Ne abbiamo parlato con Giuseppe Valvo, consulente del debito e curatore della rubrica televisiva "Solo Debiti", in onda su Video Regione, TeleLombardia e VideoGruppo Piemonte.
Partiamo dall'obiezione più ovvia: dire che in Italia si fa poca educazione finanziaria è ormai un luogo comune. È davvero così?
No, e infatti non è quello che sostengo. Negli ultimi anni le iniziative sono cresciute in modo significativo, il Comitato Edufin ha dato un coordinamento che prima non esisteva, la Banca d'Italia lavora nelle scuole con continuità. Sul piano quantitativo il quadro è migliorato.
Il problema che osservo è diverso e riguarda il destinatario implicito. Quando progettiamo educazione finanziaria, che cittadino abbiamo in mente?
Ce lo dica lei.
A giudicare dai contenuti, una persona che ha un risparmio, una scelta previdenziale davanti a sé. Le si insegna l'interesse composto, la diversificazione, la differenza tra rendimento nominale e reale, come riconoscere una truffa. Tutte cose giustissime.
Ma le persone che incontro nel mio lavoro quel margine l'hanno esaurito da tempo o, peggio, non ce l’hanno mai avuto. E per loro quei contenuti sono, letteralmente, inutilizzabili.
Che tipo di domande le arrivano?
Le persone si fanno vive quando hanno già ricevuto qualcosa di formale: un precetto, una comunicazione di pignoramento sulla busta paga, una lettera di una società di cui non hanno mai sentito il nome. E la prima domanda quasi mai è «cosa faccio». È «cos'è questo?».
Quanto è diffusa questa ignoranza sui temi legati ai debiti?
Incontro con regolarità persone che convivono da anni con una situazione che avrebbero potuto affrontare in modo ordinato. Non le hanno mai nemmeno prese in considerazione, perché nessuno gliene aveva parlato.
Cosa servirebbe, concretamente?
Un modulo sul debito dentro i programmi già esistenti: non un programma nuovo, un blocco di contenuti da innestare, con linguaggio non giuridico ed esempi concreti.
Dove l'informazione pubblica manca, lo spazio viene occupato da chi ha un interesse commerciale, ed è fisiologico. Non è fisiologico che una persona in difficoltà non abbia criteri per distinguere un operatore serio da uno che promette risultati non ottenibili. Indicatori minimi verificabili, competenze dichiarate, struttura dei compensi, assenza di promesse di risultato. Costerebbero pochissimo e proteggerebbero molto. Qualcosa si sta già muovendo con la nuova direttiva CCD2: le banche, davanti a un cliente in difficoltà con le rate, avranno l'obbligo di indirizzarlo verso i servizi di consulenza del debito. Ma servirebbe fare questo passaggio prima, per evitare di creare indebitamento.
Le faccio l'ultima domanda, ed è la più scomoda. Lei vive di consulenza sul debito. Chiedere più informazione pubblica su un tema di cui vive non è contraddittorio?
Rispondo con quello che vedo nella pratica, perché l'effetto è opposto a quello che ci si immagina. Le persone informate arrivano prima, con i documenti in ordine e aspettative realistiche: sono quelle per cui si riesce a fare qualcosa di sensato. Le persone disinformate arrivano tardi, spesso dopo aver già firmato con qualcuno che aveva promesso l'impossibile, e a quel punto il lavoro consiste soprattutto nel limitare i danni.
Chi ha un problema cercherà comunque una risposta. La troverà da un divulgatore competente, da un professionista serio, o da qualcuno che ha interesse a vendergli una soluzione che non esiste.
L'educazione finanziaria pubblica non decide se quella ricerca avverrà. Decide soltanto chi la intercetterà.
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