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Borsalino: storia del cappello di Alessandria

29/08/2026

Borsalino: storia del cappello di Alessandria

Fondata nel 1857 da Giuseppe Borsalino in una piccola bottega di Alessandria, l'azienda che porta il suo nome ha percorso quasi due secoli di storia industriale, artigianale e culturale con una coerenza di prodotto che poche manifatture italiane possono vantare. Il cappello Borsalino — termine che nel tempo ha assunto valore di categoria, quasi sinonimo di cappello a tesa larga in feltro di pelo di lepre — è rimasto ancorato a processi produttivi che resistono all'automazione totale non per scelta ideologica, ma perché la qualità del risultato finale dipende ancora da gesti che le macchine non replicano con fedeltà sufficiente. Questa permanenza nella tradizione non è immobilismo: è il riconoscimento tecnico che certi standard si ottengono solo attraverso determinate sequenze di lavorazione.

Alessandria, città piemontese di pianura posta al crocevia tra Torino, Genova e Milano, non aveva vocazione manifatturiera evidente prima che Giuseppe Borsalino vi aprisse la sua cappelleria. Aveva però manodopera specializzata proveniente dall'indotto cappellaio già presente in alcune aree del basso Piemonte, e una posizione logistica favorevole alle rotte commerciali del Nord Italia. In quel contesto, il giovane Borsalino — formatosi a Parigi, presso le migliori maisons del settore — importò metodi produttivi francesi e li innestò su un tessuto artigianale locale, costruendo nel giro di alcuni decenni una struttura industriale che al volgere del secolo impiegava migliaia di operai e produceva milioni di cappelli l'anno.

La parabola della storia del cappello Borsalino di Alessandria attraversa senza soluzione di continuità la Belle Époque, due guerre mondiali, il dopoguerra del miracolo economico, la crisi del copricapo come accessorio quotidiano negli anni Settanta, e la lunga risalita verso il mercato del lusso contemporaneo. Ogni fase ha lasciato tracce nella struttura dell'azienda, nel catalogo dei modelli, nelle scelte di posizionamento commerciale; il filo conduttore è rimasto il processo produttivo, che oggi come nel 1900 prevede oltre cinquanta passaggi manuali prima che un cappello lasci lo stabilimento.

Il processo produttivo: fasi e materiali della lavorazione tradizionale

Il pelo di lepre selvatica — preferito a quello di coniglio per la finezza della fibra e la capacità di infeltrire in modo compatto e durevole — viene selezionato per qualità e provenienza prima ancora di entrare nel ciclo produttivo vero e proprio; la materia prima determina in misura decisiva il comportamento del feltro nelle fasi successive, e una selezione approssimativa si traduce in difetti che nessuna lavorazione successiva è in grado di correggere. La prima fase operativa è il soffiaggio: le fibre vengono separate e proiettate su un cono rotante, dove si depositano formando uno strato omogeneo di spessore controllato. Da questo cono — ancora fragile, quasi impossibile da maneggiare senza deformarlo — inizia il percorso verso la forma definitiva, attraverso bagni in acqua bollente, pressioni progressive, follature ripetute che compattano le fibre fino a raggiungere la densità e la rigidità desiderate.

La fase di indurimento con shellac, la tintura in vasche profonde che garantisce la penetrazione omogenea del colore fino al cuore del feltro, la stiratura su forme in legno stagionato — ciascuna di queste operazioni richiede una competenza che si acquisisce in anni di pratica diretta, non da manuale. Lo stabilimento di Alessandria conserva ancora parte delle attrezzature originali dell'Ottocento, non come museo vivente, ma perché certe macchine svolgono ancora la loro funzione meglio degli equivalenti moderni: la follaia in pietra oleare, ad esempio, produce un'abrasione sul feltro che conferisce alla superficie una morbidezza tattile che i cilindri metallici contemporanei non eguagliano.

La diffusione internazionale e il rapporto con il cinema hollywoodiano

L'associazione tra il cappello Borsalino e Hollywood non è nata da una campagna di marketing strutturata, ma dall'adozione spontanea del prodotto da parte di attori, registi e costumisti che cercavano un cappello capace di resistere alle luci intense dei set cinematografici senza perdere la forma e di fotografare bene in bianco e nero grazie alla compattezza e alla lucentezza controllata del feltro. Humphrey Bogart in Casablanca (1942), Gary Cooper in decine di western e noir degli anni Quaranta e Cinquanta, Alain Delon e Jean-Paul Belmondo nel film Borsalino del 1970 — diretto da Jacques Deray e girato in parte ad Alessandria — sono i riferimenti più citati, ma la presenza del cappello nei costumi cinematografici del periodo classico è pervasiva e capillare, spesso non documentata da accordi commerciali formali.

Il film di Deray ha avuto un effetto paradossale sulla percezione del marchio: ha consolidato l'associazione con un'estetica criminale e mediterranea che in alcuni mercati era appetibile come immaginario, in altri creava resistenze; il risultato netto, a distanza di decenni, è stato un aumento della riconoscibilità del nome a livello globale, con un'impronta culturale sufficientemente ambigua da prestarsi a reinterpretazioni successive. La presenza del Borsalino nel guardaroba di personaggi come Indiana Jones — la cui fedora color sabbia è tecnicamente un Borsalino o un suo diretto erede stilistico — ha prolungato questa visibilità cinematografica fino agli anni Ottanta e oltre, raggiungendo generazioni di spettatori lontane dal contesto originale.

La crisi del settore cappellaio e le trasformazioni aziendali tra il 1970 e il 2010

La contrazione del mercato del cappello come accessorio d'uso quotidiano, avvenuta in Europa occidentale a partire dalla metà degli anni Sessanta per ragioni sociali e culturali complesse — il tramonto dei codici di abbigliamento formale, l'ascesa della cultura giovanile informale, la diffusione dell'automobile che rendeva il cappello scomodo — ha colpito l'intera industria cappellaia mondiale senza eccezioni, e il Borsalino non ne è rimasto immune. Lo stabilimento di Alessandria, che aveva toccato il picco produttivo nella prima metà del Novecento con oltre un milione di cappelli annui, ha visto ridursi progressivamente i volumi fino a livelli che non giustificavano più la struttura industriale originale; i passaggi societari succedutisi tra gli anni Ottanta e i Duemila riflettono questa difficoltà nel trovare un modello di business sostenibile per un prodotto la cui identità era inscindibilmente legata a processi costosi e a volumi storicamente alti.

Il riposizionamento verso il segmento del lusso — avviato con determinazione crescente a partire dagli anni Novanta e consolidato nei decenni successivi — ha richiesto una riformulazione completa della strategia distributiva e comunicativa: meno cappelli, più costosi, venduti in contesti selezionati e attraverso canali coerenti con il posizionamento del prodotto. Questa transizione ha comportato la riduzione del personale e la contrazione della superficie produttiva, ma ha preservato il nucleo artigianale dello stabilimento alessandrino, che rimane oggi il centro operativo principale e il garante della continuità tecnica del prodotto.

Il marchio Borsalino nel mercato del lusso contemporaneo

Acquisito nel 2019 dal gruppo Haeres Equita, il marchio Borsalino ha attraversato un processo di rilancio che ha puntato sulla visibilità internazionale, sull'apertura di punti vendita monomarca in location di alto profilo — Milano, Parigi, Tokyo, New York — e su collaborazioni con designer e maison di moda che hanno reinterpretato il cappello alessandrino in chiave contemporanea senza alterarne la sostanza produttiva. La scelta di mantenere la produzione ad Alessandria, comunicata con esplicitezza nei materiali istituzionali del marchio, risponde a una logica di autenticità che nel mercato del lusso ha valore commerciale reale: il consumatore di fascia alta è in grado di verificare e apprezza la coerenza tra narrazione e pratica industriale.

Al 2026, il catalogo Borsalino comprende modelli che coprono uno spettro ampio — dalla fedora classica in pelo di lepre nei colori canonici (grigio, nero, cognac, sabbia) a versioni in paglia di Panama lavorate nello stabilimento ecuadoriano di Montecristi, fino a reinterpretazioni in materiali tecnici sviluppate in collaborazione con brand sportivi di fascia alta — senza che questa diversificazione abbia diluito la riconoscibilità del prodotto principale. Il nastro in grosgrain, la fodera in seta con il nome del proprietario inciso in oro, il bollo interno con il timbro originale dell'azienda: questi elementi di dettaglio rimangono invariati e funzionano come marcatori di continuità in un mercato dove la storia del prodotto è parte integrante del valore percepito.

Il Museo del Cappello di Alessandria e la memoria industriale del territorio

Lo stabilimento storico di via Savonarola ad Alessandria ospita, oltre alla produzione attiva, il Museo del Cappello Borsalino, che raccoglie oltre duemila cappelli originali prodotti dall'azienda tra la seconda metà dell'Ottocento e il presente, insieme agli strumenti di lavoro, ai campionari di materie prime, ai documenti contabili e commerciali dell'archivio aziendale. La collezione costituisce una fonte primaria per chi studia la storia del costume, dell'industria manifatturiera piemontese e delle dinamiche commerciali tra Europa e mercati internazionali nel periodo compreso tra l'Unità d'Italia e la metà del Novecento; i registri di vendita dell'anteguerra, in particolare, documentano una rete distributiva che raggiungeva Sud America, Australia, Africa del Nord e Estremo Oriente con volumi significativi e continuità pluridecennale.

La conservazione di questo archivio materiale ha un valore che va oltre la storia aziendale: testimonia un sistema produttivo locale che ha generato competenze tecniche specifiche, trasmesse per via di apprendistato diretto e oggi presenti nella terza o quarta generazione di artigiani che lavorano nello stabilimento. La storia del Borsalino è, in questo senso, anche una storia di trasmissione del sapere tecnico in un settore in cui la documentazione scritta è sempre stata insufficiente a catturare la dimensione pratica del mestiere; i gesti che determinano la qualità del feltro finale vivono nei corpi di chi li esegue, e la continuità dello stabilimento alessandrino è la condizione necessaria perché quella conoscenza non si disperse.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to